Primo premio di un concorso narrativo

12/05/2016

Francis Onwuchulum (Diocesi di Onithsa, Nigeria), seminarista del nostro Collegio e studente di secondo anno di Teologia all’Università della Santa Croce ha vinto il primo premio nel Concorso Narrativo Maria Antonietta Paulotto Colombino, indetto dalla nostra Università e che quest’anno aveva come argomento: Una Chiesa in uscita.

            Nello spirito dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, il testo scritto da Francis raccontava una sua esperienza pastorale nella quale si scopriva in modo attrattivo e convincente quella Chiesa in uscita tanto auspicata da Papa Francesco, e tanto attesa da un'umanità oggi come non mai bisognosa di speranza.

            La premiazione ha avuto luogo il 12 maggio, nel corso della Festa dell’Università svolta in memoria del beato Alvaro del Portillo.

            A continuazione, puoi leggere il racconto di Francis:

 

PER UNA CHIESA IN USCITA

 

            La vita di ogni essere umano è come un teatro in cui il dramma degli eventi va avanti continuamente senza fermarsi. Benché ci siano migliaia di esperienze che riscontriamo quotidianamente, alcune sono talmente significative ed eloquenti, che lasciano dei ricordi duraturi che ci accompagnano lungo l'arco dell’intera vita.

            Mi ricordo che fu nella mia città Onitsha, Nigeria, il 5 agosto dell'anno 2010, lo stesso anno in cui entrai nel seminario. In quel giorno, il sole sorse come sempre, la campana del duomo suonò alle 6.45am come al solito, nelle strade si sentivano i rumori della gente che si dirigeva sul posto di lavoro come è tipico nei giorni lavorativi, e praticamente, tutto andava di norma nell'intera città tranne nel mio piccolo mondo. Allora, ero tornato a casa dal seminario tre giorni prima perché le sessioni formative erano ormai terminate e le vacanze erano già iniziate. Sperimentavo una noia notevolmente profonda, specie una mancanza di entusiasmo che viene abitualmente quando non ci sono più né lezioni da frequentare né compiti da svolgere entro una determinata data. Tornato dalla messa mattutina, ho preso una coppia di Introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger e mi sono messo a leggerlo. Ero ancora nella terza pagina prima che mi addormentassi. Mi risvegliai dopo circa un'ora e mezza quando il postino suonò il campanello per consegnare delle lettere destinate alla mia mamma.

            Uscito il postino, che aveva rotto il silenzio cimiteriale della casa per un breve istante, mi sono ritrovato nella noia della mia solitudine. Guardai al mio orologio ma non era ancora ora di pranzo, era verso mezzogiorno. I miei genitori con i quali condividevo il nostro piccolo appartamento erano nei posti di lavoro. Rimasto da solo, provavo una forte tentazione di telefonare ai miei vecchi amici ai quali avevo rinunciato dopo che decidessi di seguire il Signore nella strada di vocazione sacerdotale. Proprio in quel momento, mi veniva in testa la frase del vangelo di Luca (Lc 9,62) su cui avevo meditato la notte precedente: “Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Dopo una forte lotta interiore, sono riuscito a evitare quegli amici la cui compagnia mi avrebbe riportato sulla strada sbagliata che avevo lasciato prima di entrare in seminario. Invece, ho telefonato a mio zio che abitava a Johannessburg il quale mi ha chiesto di venire in Sudafrica a soggiornare un mese da lui.

            Nei giorni successivi, mi dedicai alla preparazione del mio viaggio e il mio cuore si gonfiava di entusiasmo man mano che arrivava il giorno della partenza. La gioia di poter superare la noia e la solitudine che provavo, si raddoppiò alla prospettiva di uscire dal mio paese, la Nigeria, per la prima volta in tutta la mia vita. Il 16 agosto, tutto era già pronto per il mio viaggio in Sudafrica. La mattina dello stesso giorno, mi sono recato dal mio parroco per informarlo dei miei progetti. Stavo ancora aspettando davanti alla porta quando mi è arrivato da dietro, e tirando un sospiro di rilievo, esclamò: «Ti ringrazio Signore che lui è venuto e che si potrà riprendere l'opera che avevi iniziato in mezzo al popolo di Maidugri». Quasi come la Madonna dinanzi al saluto dell'angelo, ero completamente perso perché non riuscivo a capire a che si riferiva. Convinto che non aveva capito la ragione della mia venuta, ho tentato di spiegargliela subito, ma ha chiesto che andassimo nel suo ufficio adiacente. Seduti là, faccia a faccia, ci siamo messi a parlare. Alla sua delusione, gli ho spiegato che ero venuto solo per fargli sapere del mio viaggio in Sudafrica e non per dare il mio assenso a nessuna proposta previamente ricevuta. «Ma che stai dicendo Francis?»  - mi disse -  «Pensavo che avessi letto la lettera urgente che ho lasciato a casa tua e che ne avessi accettato la proposta! Non mi dare l'impressione che tu preferisci le tue vacanze al Signore che ti sta chiamando a dare una mano alla sua opera a Maidugri!» In verità, mia mamma mi aveva mostrato la lettera la sera precedente ma ero troppo emozionato del  progetto del mio viaggio e ho dimenticato di aprirla. Scrutando nel mucchio dei raccoglitori posti sul tavolo, lui ne tirò fuori un'altra copia e me la lesse ad alta voce.

            I padri comboniani avevano scritto per chiedere l'aiuto per le loro opere missionarie nel nord di Nigeria, una zona a maggioranza musulmana dove la chiesa è ancora nascente. Riguardava precisamente la parrocchietta di San Giuseppe a Maidugri, un remoto paesino nel nordest della Nigeria ritenuto uno dei covi pericolosi dei terroristi di Boko Haram. Don Luigi Alessandroni che guidava quella missione, aveva subito una morte sanguinosa in uno dei molti attentati terroristici mirati contro i cristiani, caratteristico di quella zona. Prima della sua scomparsa però, ha potuto impiantare il seme della fede nelle anime di centinaia degli abitanti di quel paesino i quali crescevano progressivamente nella conoscenza e nell'amore del Signore. Avendo perso questo determinato, laborioso e bravo sacerdote, i suoi confratelli non volevano perdere anche il gregge da lui radunato per il Signore. Perciò, decisero di mandare un sostituto nella persona di Don Carlo Bianchi. Appena atterrato a Maidugri, Don Carlo si trovava già in grande difficoltà, parlava soltanto italiano e inglese ma non conosceva né la cultura locale né la lingua nativa. I suoi problemi si complicarono quando ha preso la malaria. Perciò, cercava un seminarista che gli avrebbe fatto da traduttore e che avrebbe potuto dare anche una mano nelle attività pastorali.

            Ho spiegato al mio parroco che era impensabile che io rinunciassi al mio viaggio il giorno stesso della mia partenza per andare a Maidugri. Ha provato a persuadermi ma non ci riusciva. Alla fine mi disse: «Fai ciò che ti pare ma ricordati che ''colui che sente il grido del prossimo in difficoltà non deve tirarsi indietro''». Questo detto proverbiale mi commosse ed avevo un grande dilemma. Da un lato, volevo realizzare il mio progetto di andare in Sudafrica. Dall'altro lato, non volevo disobbedire al Signore che mi chiamava ad essere un missionario. Nella confusione del momento, andai nella cappella accanto ma non riuscivo a pregare. Ho aperto la bibbia e quasi stranamente, il primo passaggio che lessi era degli Atti degli Apostoli (At 16,9) che racconta l'episodio di San Paolo in cui un uomo lo supplicava: «Vieni in Macedonia e aiutaci!» Era veramente inspiegabile ma l'ho preso come un segno di ciò che Dio voleva che facessi.

            Ho preso il mio cellulare, ho chiamato mio zio per dirgli che non venivo più da lui a Johannesburg. Come avevo previsto, era molto scontento e deluso all'inizio. Dopo avergli spiegato le ragioni che hanno formato la mia decisione, è rimasto abbastanza soddisfatto, offrendomi pure delle parole di sostegno per l'opera che stavo per intraprendere. Alle 9.00am il giorno dopo, ero già in viaggio verso la mia destinazione. Il percorso non è più l'autostrada che conduce all'aeroporto ma la piccola via che porta al remoto paese di Maidugri. Lo scopo non è più per divertirmi ma di offrirmi in servizio all'opera missionaria. Così che sono finito a fare un'esperienza ricchissima che mi ha cambiato la vita. Ho soggiornato tre mesi da Don Carlo Bianchi a Maidugri, facendo il traduttore, servendo la messa, insegnando catechismo e facendo altri lavori pastorali. Prima di ripartire per il seminario, abbiamo celebrato circa trenta battesimi e una sessantina di persone si sono anche convertite dall'animismo al cristianesimo. Fin d'oggi, è rimasta una delle esperienze più belle della mia vita. Quando guardo indietro, ringrazio ancora il Signore per la sua grazia in virtù della quale non ho rinunciato a quella occasione di essere un missionario.

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